EuroStory ‘76: i rigori premiano la Cecoslovacchia

aprile 27, 2016

30 ottobre 1974: al debutto nel girone 1 di qualificazione, l’Inghilterra travolse a Wembley la Cecoslovacchia con un 3-0 senza repliche. Sembrò il preludio di un lungo cammino da parte dei “Maestri” del calcio, ma sancì sorprendentemente la prima e unica sconfitta cecoslovacca a Euro ‘76. Da allora, infatti, i giocatori guidati in panchina da Vaclav Jezek inanellarono una serie di sei vittorie e due pareggi che li portò alla finalissima: quasi due anni senza conoscere sconfitta. La quinta edizione degli Europei di calcio, in tutto e per tutto uguale come formula rispetto a Euro ‘72, si caratterizzò per un’innovazione regolamentare che risulterà subito decisiva: furono introdotti i tiri dal dischetto, per risolvere le partite finite in parità dopo i tempi supplementari. Proprio dagli 11 metri, il centrocampista Antonin Panenka compì un gesto tecnico geniale e sfrontato nella sua innovatività che, oltre a sancire il trionfo della Cecoslovacchia nella finalissima contro la Germania Ovest, gli riservò un posto nell’Olimpo del calcio.

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Proprio la Germania, assieme all’Olanda del calcio totale, sembrava la squadra accreditata a bissare il successo di quattro anni prima: i tedeschi, campioni d’Europa e del Mondo in carica, avevano una rosa in cui accanto a senatori come gli inossidabili Beckenbauer, Maier e Schwarzenbeck, si erano ormai affermati Bonhof e Hoeness. L’assenza più pesante era quella di Gerd Muller, ritiratosi dalla nazionale nel 1974: il suo posto fu preso da un altro Muller, l’emergente Dieter, autore di un grande Europeo. L’Olanda incantava le platee con un gioco rivoluzionario interpretato da campioni quali Neeskens, Krol e Rep, capitanati da quel genio calcistico che rispondeva al nome di Johan Crujiff: le due superpotenze calcistiche dell’epoca passarono agevolmente i gironi iniziali, con gli olandesi che fecero fuori un’Italia in piena fase di ricambio generazionale. Nei quarti di finale, gli oranje si sbarazzarono del Belgio, mentre i tedeschi superarono la Spagna: assieme a loro si qualificarono Jugoslavia (paese ospitante della fase finale) e Cecoslovacchia, con quest’ultima capace di imporsi sulla corazzata sovietica.

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Le due rappresentanti dell’Est sembravano ricoprire alla perfezione il ruolo di vittime sacrificali: il campo, come spesso accade, diede però una secca smentita alle previsioni della vigilia. A Zagabria, in uno stadio Maksimir ai limiti della praticabilità per le abbondanti piogge cadute in quei giorni, le condizioni del terreno appianarono le differenze tecniche tra Cecoslovacchia e Olanda: il risultato fu un 3-1 per Ondrus e compagni maturato nei supplementari, con l’Olanda ridotta in 9 per le espulsioni di Neeskens e Van Hangem. A Belgrado, i tedeschi dovettero sudare le proverbiali sette camicie per venire a capo di una Jugoslavia partita a mille: 2-0 per i plavi dopo 30’, con Dieter Muller che pareggiò all’80’ e nei supplementari completò una straordinaria tripletta per il definitivo 2-4.

La finalissima seguì il copione delle precedenti partite: gol, emozioni, rimonte e tempi supplementari. La differenza, stavolta, fu che tra Cecoslovacchia e Germania Ovest i 30’ aggiuntivi non bastarono per decretare il vincitore: si affrontò per la prima volta l’estenuante lotteria dei calci di rigore. La partita fu intensa e combattuta: i cecoslovacchi andarono sul 2-0 con Svehlik e Dobias ma, come spesso è accaduto nella storia del calcio, i tedeschi non si diedero per vinti e riacciuffarono i supplementari all’ultimo respiro. Il solito Dieter Muller accorciò le distanze al 28’ e Holzenbein siglò il pareggio a un minuto dalla fine. Le squadre si trascinarono stancamente ai rigori, dove i cecoslovacchi Masni, Nehoda, Ondrus e Jurkemik furono infallibili: per i tedeschi andarono a segno Bonhof, Flohe e Bongart, mentre un Hoeness visibilmente affaticato tirò alle stelle il penalty. Toccò dunque ad Antonin Panenka certificare dal dischetto il trionfo dei suoi: lo fece nella maniera più bella, superando il portierone Sepp Maier con un delizioso tocco sotto che, beffardo e delicato, andò a insaccarsi centralmente.

 

Il primo “cucchiaio” della storia del calcio europeo, nato per scommessa durante gli allenamenti dei Bohemians 1905, piccola squadra di Praga, sancì la meritata vittoria di un gruppo in cui un grande spirito di squadra si fuse con ottime individualità: il portierone Viktor, il gigante Ondrus in difesa, il regista Pollak e l’infaticabile Nehoda in avanti erano gli alfieri di una nazionale che raggiunse in quel 1976 una vetta sfiorata solo vent’anni più tardi, quando la nuova Repubblica Ceca di Nedved e Poborsky si fermò a un passo dal clamoroso bis.

Giorgio Tosto

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