Qualcosa di straordinario: guida ad Antonio Conte (Atto I)

luglio 1, 2016

Prima o poi doveva succedere. Dopo Italia – Spagna tutta Italia ha scoperto che Antonio Conte è un grande allenatore. Era ora, e il momento va celebrato come si deve. Non con l’inutile polemica nei confronti di chi forse viveva su Marte, quando il leccese vinceva tre scudetti di fila e stabiliva un record storico di punti per la serie A. Siamo il paese del campanilismo, e un riconoscimento dei propri meriti privo di distinguo è difficile ottenerlo; a maggior ragione se si indossa una certa maglia. Se non è il tempo della polemica, è però il momento in cui uno juventino si sente in dovere di spiegare Antonio Conte agli altri, quelli che lo conoscono, e lo amano, meno. Sarà un contributo tecnico solo in parte, questo; in parte, sarà il contributo di una persona che ad Antonio Conte vuole sinceramente bene. Una persona che trova ridicole certe sue ostinazioni, incomprensibili certe sue scelte, ma continua a volergli bene comunque.

Sgombriamo il campo: l’equivoco agghiacciante

Per cominciare a parlare bene di Antonio Conte dobbiamo per prima cosa fare piazza pulita di uno dei tormentoni più estenuanti e insopportabili che il mondo del calcio italiano abbia mai prodotto. Mi riferisco all’abitudine di menzionare l’aggettivo “agghiacciante” ogni volta che si deve fare un riferimento o un’analisi su Conte. Non se ne può più, sinceramente. Quasi sono più originali le battute sul parrucchino. Ma soprattutto, è importante notare che “agghiacciante” non dice nulla in relazione a Conte, non c’entra nulla con il suo modo di intendere il calcio; che poi è l’unica cosa che dovrebbe interessarci, di lui. Mai Conte ha definito agghiacciante una partita, una giocata, una situazione in campo. Agghiacciante era una cosa che stava fuori dal campo, e ormai dovrebbe appartenere al passato.

Antonio-Conte-1

Peraltro su agghiacciante c’è un equivoco nell’equivoco, e visto che non l’ha mai spiegato nessuno è interessante farlo qui, una volta per tutte. Quasi tutti pensano che Conte lo abbia pronunciato in riferimento alle accuse che gli furono rivolte nell’ambito delle inchieste sul calcio-scommesse. Invece lui parlava delle interviste di alcuni personaggi che in quell’inchiesta erano coinvolti, e che parlarono di pressioni da parte della giustizia sportiva per fare dei nomi “importanti” in cambio di sconti di pena. Queste parole passate nell’indifferenza generale Conte definiva agghiaccianti; e noi, abituati a guardare il dito e non la luna, non ci siamo mai preoccupati di verificare se per caso fosse vero, e invece ci siamo tenuti l’agghiacciante. Peccato.

Alle radici del Conte-pensiero: lo straordinario

Sgombrato il campo dall’agghiacciante, possiamo adesso cominciare a entrare nel cuore dell’idea calcistica di Antonio Conte. Come tanti personaggi del mondo del calcio, a causa di un limitato vocabolario a disposizione, nelle interviste e nelle conferenze stampa Conte finisce per ripetere ossessivamente alcuni concetti, alcuni termini, alcune parole sempre uguali. Un esempio di tormentone contiano è “sotto tutti i punti di vista”. E da qui direi che possiamo prendere le mosse. Perché “sotto tutti i punti di vista” vuol dire un approccio a trecentosessanta gradi al calcio. Nessun aspetto può essere sottovalutato: tecnica, tattica, motivazione, mentalità. È un approccio così totalizzante da richiedere non soltanto bravi calciatori, ma anche e soprattutto uomini veri. Questo aspetto viene spesso dimenticato, quando si commentano le scelte di Conte; e in genere, le scelte di ogni allenatore.

Conte 2

Prendiamo per esempio uno dei protagonisti di questo Europeo, Giaccherini. I tifosi juventini ricorderanno sicuramente che, quando la Juve lo vendette all’estero, Conte se ne uscì con uno sfogo decisamente sproporzionato rispetto al valore tecnico del giocatore, che peraltro all’epoca faceva la riserva. Ma appunto, guardando all’aspetto puramente tecnico, ossia, per dirla in termini più spicci, a quanto è bravo il singolo calciatore, ci perdiamo sempre un pezzo della storia. E poi rimaniamo a bocca aperta quando si vince contro la Spagna schierando calciatori che, presi singolarmente e valutati dal punto di vista tecnico, sono oggettivamente scarsi. Intendiamoci: non voglio qui sostenere che Conte sia in grado di prendere un qualsiasi gruppo di calciatori scarsi ed eliminarci la Spagna. Non è mica mago Merlino. Conte si è scelto un gruppo di calciatori con cui riteneva di potere fare un grande Europeo; e li ha scelti non valutandoli soltanto dal punto di vista tecnico, ma “sotto tutti i punti di vista”. Guardando, ne sono certo, prima alla testa e poi alle gambe. Valutando non quanto sono bravi i singoli calciatori, ma se hanno una mentalità che li rende in grado di andare oltre i propri limiti.

Il fine del lavoro di Antonio Conte, infatti, è tanto semplice quanto ambizioso: fare qualcosa di straordinario. Un altro dei tormentoni contiani. Come obiettivo da prefiggersi, prima del match; come riconoscimento di quanto fatto, dopo. Andare oltre i propri limiti significa andare oltre l’ordinario; essere straordinari, appunto. Siamo nel centro vitale della mentalità di Conte. La prospettiva non è vincere, che non basta; la prospettiva è superare le prospettive, superare le attese, andare oltre, sempre più in là. Vincere con un gruppo che nessuno considera vincente; oppure vincere con un gruppo che tutti considerano vincente, ma farlo in un modo esagerato, irraggiungibile, storico. Da qui l’ossessione per i cento punti che tanti tifosi, me compreso, hanno fatto fatica a capire, nell’ultimo anno di Juve. Perché Conte può prendere un gruppo di uomini pronti a seguirlo in tutto e per tutto, e condurli a fare qualcosa di straordinario; ma la strada la indica lui, e lui sceglie il suo obiettivo personale, la sua sfida. Non è la sfida della Juventus, né quella dell’Italia, ma quella di Antonio Conte. Chi mi ama mi segua. Prendere o lasciare.

Francesco Toscano


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